Il lavoro secondo la Fornero: sacrifici senza diritti

Il lavoro secondo la Fornero: sacrifici senza diritti

di Francesca Briganti

Abbiamo sempre creduto che per procedere ad una riforma della Costituzione fosse necessario un iter parlamentare lungo e complicato, come recita la stessa legge fondamentale dello stato, ma per il superministro Fornero pare sia tutto possibile, stando alla sua recente dichiarazione: “Il lavoro non è un diritto “, che ovviamente ha scatenato un pandemonio.

In effetti, il titolare del welfare, dopo le paccate e i refusi adesso “reinterpreta” la Costituzione italiana per far bella figura nella sua intervista al Wall Street Journal e richiamando i lavoratori al sacrificio. Non sa più cosa inventarsi pur di cavalcare l’onda mediatica dalla quale è stata investita, anche se non positivamente. Il polverone che ha sollevato è giustificato dal fatto che i diritti sono solo dei codici scritti sui compendi di diritto del lavoro.

Nella storia giuslavoristica repubblicana l’affermazione dei diritti dei lavoratori ha conosciuto episodi di lotte sindacali, come forza di scontro nei negoziati per il cambiamento delle condizioni della classe operaia; tale scontro doveva compiersi, in quanto una forza di modernizzazione nelle relazioni industriali imponeva un diverso assetto. La struttura della nuova disciplina afferma il diritto naturale per i lavoratori, tra i quali citiamo lo Statuto dei lavoratori, anche se si pensa che possa essere superato, la sostanza risiede in un unico concetto: la Repubblica Italiana riconosce il naturale diritto al lavoro, ma con questo non intende trovare posti di lavoro attraverso le norme, bensì regolamentare le stesse al fine di armonizzare e legalizzare l’offerta e la domanda nel mercato del lavoro.

L’orientamento costituzionale non menziona un diritto dato per scontato, ma un diritto–dovere per i lavoratori, oggi disattesi per via di una facile interpretazione delle norme. Uno Stato moderno e liberale poggia il suo assetto sul lavoro e sulla capacità di produrre benessere; in questi anni lo Stato italiano è stato colpevole nel  garantire posti di lavoro come ammortizzatori sociali per frenare l’aumento della disoccupazione e di aver effettuato innumerevoli azioni di politica economica tesi a salvare aziende ormai fuori mercato, logorate da comportamenti poco inclini al dovere sopracitato. Un conflitto politico-sociale che in questo momento sta mettendo in ginocchio una nazione, non solo in termini di occupazione ma anche di produzione industriale, a ben leggere i dati sulla mortalità delle imprese.

Il ministro Fornero, con la sua supponenza, vorrebbe imporre “sacrifici per tutti”, perciò viene  spontaneo il confronto con Marco Biagi, il quale  sosteneva che una riforma del mercato del lavoro e delle relazioni sindacali, soprattutto in materia di licenziamenti, riferendosi allo Statuto dei lavoratori, avrebbe scatenato un conflitto politico–sindacale; anche se egli non riusciva a capire il perché di tanta ostilità, laddove ogni processo di modernizzazione provoca forti tensioni sociali. Ma il prof. Biagi non intendeva ledere i diritti dei lavoratori, voleva offrire loro la possibilità di un mercato meno rigido. Tuttavia, il corso della storia gli ha dato torto per via di una riforma incompiuta e per l’uso improprio della flessibilità, di cui oggi la riforma appena approvata non ne limita l’abuso.

La differenza fra Marco Biagi ed il ministro Fornero sta proprio nel concepire le riforme: politiche attive per il primo, assistenzialistico e licenziamenti per la seconda.

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